Lariano: la storia di ieri...

 

Lariano, come accade per tutti i centri abitati d'Italia e del mondo, ha una sua storia che affonda le sue radici nel passato più remoto; una storia le cui origini si perdono nel tempo e spesso lascia la strada all'immaginazione. Tanto per riferirci ad una data, dobbiamo prestare fede, e non é certo poco, a Tito Livio che nel libro XXI della sua Storia Romana afferma che nell'anno 536 a .C. fu dedicata una "Supplicatio Fortunae in Algido", cioé sul monte dove, oltre ad un tempio dedicato alla dea Fortuna, vi doveva pur essere un certo nucleo abitato di importanza tale da essere preso in considerazione da uno storico dalla levatura, appunto, di Tito Livio. Vi sono, è vero, alcuni storici che hanno affermato che le origini di Lariano e del suo nome sono da ricercarsi al tempo in cui Noè, con la sua arca, giunse alle sponde del Tevere, dove alcuni suoi seguaci si fermarono dando origine a nuclei che, con il passare del tempo, si spinsero alla ricerca di terre fertili e che potessero dare buona garanzia di difesa. Si pensa, pertanto, che fra le colo­nie fondate dai discendenti di Noè ci fosse il tempio dell'Ara Jani: ara o altare dedicato al dio Giano. Tale pensiero sembra essere suffragato dal fatto che, in tempi antichi, proprio sulle alture del vecchio Algidus fu trovata una statua di Giano Bifronte. Gli amanti dell'onomastica affermano che Lariano prende il suo nome dai ruderi del castello che era situato sulla cima del monte Artemisio e in seguito più conosciuto con il nome di Maschio di Lariano. Si pre­sume, con una certa fondatezza, che nell'anno 328 a .C. il castello, detto anche dell'Algido, assumesse il nome di Ariano. In seguito, fondendosi l'articolo con il nome, fu chiamato Lariano. Pertanto, quest'ultima ipotesi fa pensare che il nome di Lariano non provenga da Ara Jani, ma derivi dalla nobile famiglia romana Aria che, facendo sorgere il castello sull'Algido intorno al 328 a .C., da lei prese il nome di Ariano e successivamente di Lariano. L'archeologo-storico romano Antonio Nibby, forse rifacendosi al "Carmen seculare" del grande Orazio, afferma che sul monte Algidus in tempi molto remoti, vi era un tempio dedicato alla dea Diana, la veneratissima e bella dea della caccia. Come si nota, già ai tempi di Tito Livio e di Orazio si parlava di templi costruiti sull'Algido in epoca antichissima. Con ciò è facile dedurre che sul Maschio di Lariano viveva e prosperava una popolazione ben solida di proprie istituzioni tanto da far scomodare nelle loro ricerche e nei loro scritti due dei più geniali cantori dell'antica Roma: Livio e Orazio. Daltronde lo stesso Tito Livio, sempre nella sua Storia Romana, ci ricorda che, proprio in questi luoghi, romani ed equi si affrontarono in aspri combattimenti e si sa che i due fieri popoli, per oltre 180 anni, non fecero che esprimere con guerre la loro accanita e feroce rivalità. L'intera zona del Monte Algidus è in posizione incantevole sia per clima che per panorama. Per questa sua posizione sembra che i patrizi romani, che in fatto di vita agiata non erano secondi a nessuno, vi facessero sorgere le loro lussuosissime ville e di ciò ne sono testimonianza i reperti conservati presso i Musei Vaticani ed in quello del Comune di Velletri. Nello stesso territorio che interessa anche Lariano si trovano resti che potrebbero risalire al 1230 a .C., essendo di natura preromolea e che si potrebbero attribuire all'epoca arcaica. Queste le origini di Lariano. Origini nobilitate e rese grandi attraverso gli scritti di storici di indubbio valore quali Orazio, Tito Livio, Nibby, Ratti, Tomasetti, Muratori ecc. Dei vecchi luoghi di culto risalenti ad epoca romana o addirittura preromana non ci è dato conoscere di più. È comunque certo che il Maschio di Lariano col passar degli anni si è reso sempre più importante e popoloso se è vero, come è vero, che questi luoghi facevano gola alle mire espansionistiche e di dominio delle famiglie più potenti. La sua stessa posizione strategica, che nei tempi antichi era ben più importante della posizione panoramica, gli permetteva di dominare una vastissima zona percorsa, nelle parti inferiori, da un lato dalla Via Appia, dall'altro dalla Via Anagnina. Un luogo che dominava contemporaneamente due così importanti arterie non poteva non dar origine ad aspre lotte per il suo possesso, tendente ad effettuare da parte dell'occupante un incontrastato dominio sui centri circostanti. E fu principalmente per le contese sempre più violente che avvenivano per il possesso del Maschio di Lariano fra le potenti famiglie dei Conti del Tuscolo, degli Annibaldi, dei Colonna, dei Savelli, ecc. che la Chiesa Romana se ne preoccupò a tal punto che ne rivendicò il diretto dominio nel Conclave di cardinali che si tenne a Viterbo nel 1269 e nel quale la Rocca li Lariano fu definita addirittura "praetiosa". La Rocca , che era tenuta dai monaci di Grottaferrata, fu data nel 1174 ai Conti del Tuscolo. Passò poi alla completa dipendenza della Chiesa con Papa Alessandro III. E fu proprio in virtù di questa dipendenza, unita al fatto che il luogo era ritenuto di estrema sicurezza, che nel 1200 Papa Innocenzo III fece rifugiare nella munitissima Rocca di Lariano il Visconte di Campiglia, quando questi fu fatto prigioniero dai romani durante la guerra contro Viterbo. Ad ulteriore dimostrazione di quanto importante fosse ritenuta la Rocca di Lariano, nel 1235 Gregorio IX la incluse tra le Castellanie della Chiesa nominandone un apposito castellano che, essendo Papa Clemente IV, fu un congiunto dello stesso Pontefice: il Cavaliere Templare Fra' Raimondo. Ma la Rocca di Lariano era sempre più nelle mire di dominio delle nobili e potenti famiglie del tempo. Tanto che, alla morte di Papa Clemente, avvenuta il 29 novembre 1268 ed essendo vacante il soglio pontificio, Ricciardello Annibaldi, agendo di sorpresa, si impadronì del castello di Lariano, dopo aver arrecato morte e distruzione in tutto il territorio circostante. Fu allora che le milizie veliterne, esortate dal Collegio dei Cardinali riuniti a Viterbo, tentarono a più riprese di conquistare il castello in nome e per conto della Chiesa. Furono questi in definitiva i primi veri scontri fra la comunità di Velletri e quella di Lariano, che, per la verità, fino ad allora non aveva avuto motivo alcuno per rompere l'amicizia del buon vicinato. La conquista, non riuscita a Velletri, riuscì alla famiglia Colonna, e l'impresa non fu certo facile, in quanto la Lariano di allora già contava un buon numero di abitanti se si deve tener fede a ciò che è riportato nel volume Lazio Turrito, dove si legge che il consumo annuo di sale da parte degli abitanti del Castello di Lariano nel secolo XIV era di circa 50 rubbie (antica unità di misura di peso di varie città italiane oscillante tra gli otto e i nove chilogrammi), pari al consumo di Marino e di Rocca di Papa messi insieme. D'altra parte, a suffragarne l'importanza risulta che verso la fine del 1300 Lariano fosse una Castellania dalla quale dipendeva addirittura la stessa Genzano, che solo alla fine del secolo, essendo feudo dei Savelli, fu posta sotto le dipendenze di Marino. Pontificando Urbano VI il Castello di Lariano tornò alla Chiesa, dopo essere stato sotto il controllo della famiglia Conti. Ma con la morte di Urbano VI ed essendo temporaneamente assente il nuovo Pontefice, Lariano tornò in possesso dei Conti, che ebbero in quel tempo motivo per battagliare con Velletri in una contesa che sparse parecchio sangue e mietè tante vite umane. Nel 1400 il Castello di Lariano era in possesso di Niccolò Colonna che lo tenne fino a quando l'antipapa Clemente VII lo consegnò a Giordano Orsini, che evidentemente riscuoteva la piena fiducia della Chiesa. I Colonna non si dettero per vinti, tanto che il Castello di Lariano tornò a loro fino al 1412, anno in cui Teobaldo Annibaldi riuscì a farlo suo. Come chiaramente si nota, la Rocca di Lariano era vista dai potenti del tempo come un valido trampolino di lancio per nuove e importanti conquiste e per vedere accrescere, in tal modo, la loro supremazia. Correva l'anno 1418 quando il cardinale Oddone Colonna salì al soglio pontificio prendendo il nome di Martino V. A quel tempo gli Stati Pontifici si erano decomposti in tante piccole Signorie sempre in lotta tra loro per la supremazia e il brigantaggio, quindi, regnava sovrano. Martino V cercò di rimettere ordine organizzando una milizia atta a frenare il brigantaggio e contemporaneamente non trascurò di sistemare i suoi più diretti parenti per avere a disposizione uomini dei quali potersi fidare. Così Martino V mise un certo ordine nel ricomposto Stato Pontificio, ma nel 1431 passò a miglior vita ed il Conclave elesse a Papa Gabriele Condulmer che prese il nome di Eugenio IV: il Pontefice direttamente interessato, forse suo malgrado, alla distruzione del Castello di Lariano. Nulla da dire sullo zelo e il rigore di Eugenio IV: aveva vissuto asceticamente in semplicità e preghiera. Era tormentato dalla gotta e forse per questo suo malanno appariva impaziente e poco socievole. Indro Montanelli, nella sua Storia, dice testualmente di Eugenio IV: (inoltre era cocciuto, uno di quei cocciuti pieni di umiltà, che parlano sempre ad occhi bassi, ma senza mai ascoltare linterlocutore). I Colonna pretendevano che Eugenio IV garantisse loro le posizioni di favore che avevano raggiunto sotto il loro affine Martino V. Ma il nuovo Papa non volle saperne di mantenere tali privilegi e le ire dei Colonna verso il Pontefice furono tali che, dall'alto della loro potenza, organizzarono una rivolta tale che il Papa fu costretto a fuggire in barca lungo il Tevere per rifugiarsi prima a Firenze e poi a Bologna. Eugenio IV finì con lo scomunicare i Colonna. La scomunica, a quei tempi, comportava la confisca dei beni e fra questi era inclusa la fortezza di Lariano con il territorio ad essa annesso; ma i Colonna non vollero saperne di abbandonare una postazione di così capitale importanza per il loro dominio ed Eugenio IV non era certo disposto a concessioni. Tanto che gli ottomila fanti del Papa riconquistarono alla Chiesa Albano, Castelgandolfo, Civita, Palestrina e Zagarolo; ma non riuscirono nella conquista della Rocca di Lariano tenuta fermamente a bada dai Colonna. Il Papa inviò ben quattromila fanti ad assediare Lariano e l'assedio durava da molti mesi, quando il Pontefice ebbe l'aiuto richiesto di ottocento soldati di Velletri guidati da Paolo Annibaldi della Molara. Vi fu un attacco in massa ed i difensori della fortezza si raggrupparono con armi e munizioni e con i pochi viveri rimasti nella Chiesa di San Silvestro. L'assedio e la lotta durò ancora qualche mese, fino a che i larianesi, sfiniti e senza speranza di aiuto da parte di altre casate, capitolarono e dalla rocca uscirono, in segno di resa, Nardo Di Stefano e Cola di Nardo Sindaci, che furono condotti dai commissari di Velletri Pietro Mancini e Antonio Pannocci: era il 26 ottobre del 1436. La rocca di Lariano fu presa, distrutta, incendiata, rasa al suolo ed il territorio fu donato da Papa Eugenio IV a Velletri in riconoscenza dell'aiuto determinante che i soldati di quella città diedero all'esercito del Papa. Il Cardinale Prospero Colonna cercò di rabbonire Papa Eugenio; ma le discordie rinacquero più violente quando il Cardinale Colonna pensò di riedificare la fortezza di Lariano. Molti cittadini di Velletri, temendo il ripetersi ed il ritorno del vecchio dominio, cacciarono gli addetti ai lavori e demolirono ciò che si era appena cominciato a costruire. Con la morte di Eugenio IV e pontificando Nicolò V, i Colonna tentarono di riprendersi Lariano; ma solo quando fu Papa Pio II, nel 1455, il Cardinale Prospero Colonna, sempre lui, potè dare inizio alla ricostruzione della rocca di Lariano. Il tenace Cardinale, ormai avanti negli anni, si ammalò gravemente e mori. La di lui sorella, Vittoria, cedette così la rocca di Lariano a Papa Pio II che, per eliminare una permanente fonte di guerra, fece demolire definitivamente il castello, che era alla fine della riedificazione, con l'obbligo di mai più riedificarlo da parte di chicchessia. Dopo la morte di Pio II, 1464, e di Vittoria, gli eredi Colonna tentarono ancora di dimostrare che il territorio della rocca di Lariano gli apparteneva. Nacque una controversia con Velletri e il Cardinale Rovano la definì assegnando, a partire dalla cima del Maschio, ai veliterni la parte di territorio che guarda verso Velletri, mentre l'altra parte venne concessa ai Colonna. Inoltre, fu ristabilita per sempre la pace tra i Colonna e Velletri. Dal 26 ottobre del 1436, insieme alla fortezza di Lariano vennero distrutti e bruciati gli embrioni di libertà e di indipendenza del suo popolo, che per lunghi secoli rimase aggregato alla città di Velletri. Gli abitanti della Rocca non dimenticarono il loro passato e quello della costruzione e della riabilitazione materiale e morale fu sempre un'idea fissa che, attraverso i secoli, ha ricondotto Lariano alla riconquista della sua autonomia amministrativa. La popolazione di Lariano antica, vivendo su di un territorio assai fertile ma nello stesso tempo, data la sua felice posizione strategica per secoli teatro di fatti bellici, non poteva che suddividersi in due grosse categorie: quella contadina che si dedicava alla coltivazione dei campi e dei rigogliosi vigneti, e quella militare che della guerra faceva la sua ragione di vita. Una parte della popolazione, quindi, era assai pacifica, sempre intenta al paziente e duro lavoro dei campi e facile all'obbedienza pur di non essere tolta dal proprio ambiente naturale; l'altra parte della popolazione, quella militare era certo più numerosa, poco attaccata alla terra, ma sempre pronta a combattere per difenderla o conquistarla. Pertanto, è logico desumere che, dopo la distruzione della fortezza, la popolazione dedita alle armi accettasse con un certo buon grado di trasferirsi a Velletri con il solo scopo di continuare, anche sotto altra bandiera, il mestiere delle armi; mentre la popolazione contadina preferì restare nei luoghi dove era nata e dove per sem­pre era vissuta e rifiutò l'invito, forse più allettante, di trasferirsi a Velletri. Questo dimostra che la popolazione di Lariano è sempre esistita e fu proprio questo piccolo nucleo di contadini che si sparpagliò nei dintorni della distrutta fortezza col fermo proposito di rifarsi una vita dal lavoro dei boschi e dalla coltivazione della terra. Diceva bene il non dimenticato geometra Ferruccio Tata-Nardini nel suo volume (Lariano e la sua storia) quando affermava che la popolazio­ne di Lariano "non scomparve mai ed i larianesi di oggi sono i figli di quelli che ebbero vita propria ed indipendenza tra le mura del proprio castello". I ruderi della vecchia fortezza finirono con il divenire, all'epoca in cui il banditismo impervesava, un losco covo di bande di briganti e si può dire che solo da esse ne fu conteso il dominio. Il famoso brigante Gasperone fece di quei ruderi il suo quartier generale e dopo la sua morte si sparse la voce che sotto quelle pesanti lastre di pietra fosse nascosto il suo favoloso tesoro, tante erano le rapine da lui perpetrate. Vi fu, quindi, una vera e propria caccia al tesoro. Per lungo tempo ogni sasso venne rimosso, tanto da ridurre i resti del vecchio castello ad uno scomposto mucchio di pietre. Non sappiamo se qualcuno trovò il tesoro di Gasperone, ma sappiamo che certamente venne distrutto ciò che restava di un tesoro archeologico di indubbio valore. Si riparlò di quei ruderi solo alla fine dell'ultima guerra mondiale, quando un esiguo numero di soldati tedeschi da lassù ebbe modo di proteggere e difendere per molti giorni ciò che restava delle truppe germaniche in ritirata. Il centro attuale di Lariano sorse prevalentemente come centro agricolo verso la fine del 1600 e gli inizi del 1700 con tante capanne che occupavano il vastissimo raggio della zona sottostante del Maschio di Lariano.

Estratto dal libro di Ferdinando Tamburlani: " Lariano e i suoi 25 anni di autonomia "